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Nacqui nel 1969 di questa era volgare per proseguire ciò che avevo interrotto in quella precedente

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I.Bergman - Il settimo sigillo (10)

 

       Dies irae, dies illae

       solvet saeculum in favillae...

 

Un'altro canto, tenebroso e disperato, ha sovrastato quello dei saltimbanchi. Alla testa della processione che avanza, alcuni monaci incappucciati avvolti nei fumi dell'incenso portano a spalle il pesante Cristo in legno del vicino santuario e altre sacre reliquie.

Dietro di loro una folla di persone che piangono, si lamentano, gridano il loro dolore.

Molte di loro si stanno flagellando a sangue. Altre non hanno bisogno di procurarsi la sofferenza con la frusta perché ci ha pensato la natura a farlo, creandoli storpi e deformi alla nascita o mutilandoli più tardi.

Al loro passaggio la gente del villaggio si inginocchia e prega. I soldati impugnano le spade come fossero dei crocifissi. Tutti sperano che un poco della clemenza divina conquistata a sì caro prezzo, possa rimbalzare anche su di loro.

Anche il cavaliere e lo scudiero assistono all'evento.

Vicino allo scudiero c'è la ragazza che lui aveva salvato dalla violenza del ladro di cadaveri. Gli sta incollata come quei cani senza padrone che si affezionano al primo che dà loro un boccone.

Il canto è cessato. Si odono solo pianti e lamenti.

Ora un predicatore si stacca dal gruppo e prende a parlare ai piedi della croce. La sua voce è un tuono. Il suo sguardo è un incendio che ti brucia dentro.

- Iddio ci ha puniti e noi periremo tutti, certo, periremo tutti appestati e così giustizia sarà fatta. Voi là in fondo che mi guardate come tanti buoi e voi che sedete laggiù soddisfatti e ben pasciuti come porci, vi rendete conto che questa può essere la vostra ultima ora? La Morte avanza, ecco, vedo il suo teschio dalle vuote occhiaie che vi giunge alle spalle e la sua falce che si leva lampeggia terribile al sole. Chi di voi essa colpirà per primo? Te forse con quello sguardo sperduto di cui il gelo della morte sembra già essersi impadronito per spegnerlo in una disperata agonia prima di sera.-

Lo sguardo del predicatore s'è fermata su una giovane incinta, di certo vicina al parto.

- O tu donna, impudico scrigno di vita e di lussuria, tu che forse prima che sorga nuovamente il sole sarai ridotta a marcire.-

Gli occhi del predicatore ora hanno puntato un altro bersaglio.

- O tu ancora che stai lì con sulla faccia quello stolido sorriso, oh-oh-oh-oh, che diverrà una tragica smorfia, non vi rendete conto, o disgraziati, che morirete? Se non sarà oggi sarà domani, o dopodomani, ma morirete tutti, perché ormai non c'è più salvezza, è la fine. Preparatevi! Avete sentito? Siete condannati! Condannati tutti!...-

- Signore perdono!!?- ripetono in coro i presenti.

- ... Condannati! Oh, Signore, abbi pietà di noi e della nostra miseria e non distogliere il Tuo sguardo da noi, ma abbi misericordia di noi nel nome Tuo, e nel nome del Tuo figliuolo Gesù Cristo.-

 

       Dies irae, dies illae

       solvet saeculum in favillae...

 

Hanno ripreso cupamente a cantare. La fiumana dei flagellanti si rimette in movimento, fra pianti e lamenti.

E' lo scudiero Jöns a rompere il silenzio quando il corteo è scomparso.

- Accidenti a tutte quelle chiacchiere. Non siamo più bambini. Non vorranno che li crediamo sul serio. -

Antonius Block gli sorride enigmatico.

- Sì, vi beffate di me, signore. Ma permettetemi di dirvi che queste storie non hanno neanche una briciola di verità nelle loro parole.-

- Già...- concorda il suo signore.

- Proprio così.  E anche quelle fantasticherie sul Dio Padre, gli angeli, Gesù Cristo, lo Spirito Santo... le ho sempre ascoltate senza commuovermi troppo.-

- Ehi!-. L'uomo grande e grosso con la pesante mazza, è sbucato da dietro una baracca e  si rivolge a loro.

- Che cos'hai da gridare?- chiede lo scudiero.

- Io sono il fabbro Plog e tu lo scudiero Jöns...-

- Può darsi.-

- Dimmi, hai visto mia moglie?-

- No, non l'ho vista.  Ma se l'avessi vista e assomigliasse a te mi affretterei a dimenticare di averla vista.-

Plog è un po' confuso da quel ragionamento.

- E quindi non l'hai vista...- suggerisce incerto.

- Sarà fuggita.-

- Sai qualcosa?-

- So moltissimo, non di tua moglie però. Perché non vai a chiedere alla locanda?-

Sospirato da solveetcoagula
Alle ore 16:17 del dì domenica, 11 maggio 2008
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I.Bergman - Il settimo sigillo (9)

I saltimbanchi su un palcoscenico improvvisato alla meglio stanno rappresentando la loro pantomima. E' una di quelle storie di amori illeciti e mariti traditi scritta apposta per piacere ad un pubblico di bocca buona.

Il capocomico veste i panni del corteggiatore, Mia è la bella moglie corteggiata e Jof il marito tradito. I costumi chiarificano i rispettivi ruoli. Infatti il capocomico è vestito da gallo, e ha per copricapo una vistosa cresta colorata. Il marito invece indossa un bel paio di corna di stoffa. La bella ragazza balla sulla musica del flauto che il corteggiatore sta suonando per lei, lo stuzzica, lo provoca, lo invita, promette.

Il pubblico sulla piazza, fra porci e animali da cortile, ride e commenta.

- Guarda quello, ehi guarda!, quello con le corna è il marito!-

Fra il pubblico si nota una coppia, lui è un uomo rude, grande e grosso come un'armadio, con una pesante mazza sulla spalla. Lei è una donna attraente, e, al contrario di lui, non si sta annoiando. Sembra molto interessata al capocomico di cui cerca insistentemente lo sguardo per fargli l'occhiolino.

- E bravo il gallo!- urla qualcuno fra il pubblico.

- Prendila gallo, che aspetti? dai?-

La donna fra il pubblico intanto ha approfittato della disattenzione del marito, gira dietro al palco e si avvicina al carro dei saltimbanchi.

- Quanto ti fai pregare... prova... forza... dai...-

- Basta col piffero, piantala!-

Il pubblico è stanco di questi amanti che non arrivano mai al sodo.

- Ma guarda che cretino... lui suona il piffero!!?-

Le risate sono sempre più forti, come un fuoco che si autoalimenti, e sovrastano il flauto.

- Piantatela, buffoni?- sbotta indignato il capocomico.

Qualcuno tira un pomodoro che gli si spiaccica proprio sul naso, fra l'ilarità generale.

- Siccome nel primo atto io non ho nessuna parte, concedetemi o signori di ritirarmi.-

Anche l'altro attore, quello che impersona il marito cornuto, non sa reprimere il riso.

- E tu che cos'hai da ridere, idiota?-

Il capocomico esce di scena con un grossa ferita nel suo orgoglio di artista.

I due attori rimasti sul palcoscenico non si sono persi d'animo. Hanno attaccato un duetto un po' strampalato con accompagnamento di lira e tamburino che tutto sommato non dispiace.

Le loro voci risuonano sguaiate e roche, e imitano a turno gli animali da cortile.

Lasciamoli cantare.

Ora la scena più interessante si svolge dietro il palco dove il capocomico sta struccandosi nel carro. Davanti ad uno specchio piuttosto approssimativo, sta pulendosi il viso e si liscia la barba stentata. Sembra un animale che si lecchi le ferite. La bella donna è poco distante, civettuola e provocante. Si china girandogli la schiena, per mettere meglio in evidenza le sue rotondità,  e ne sorveglia le reazioni con la coda dell'occhio. Ecco, ora alza la gonna, casomai il messaggio non fosse abbastanza esplicito. Quindi stende una piccola tovaglia sull'erba, tira fuori da un fagotto un pollo e ne addenta sensuale una coscia.

Il capocomico le si avvicina. Le sue movenze sono ancora quelle del gallo.

Si inginocchia accanto a lei. Lei le offre il pollo, sorridente e allusiva. Lui le bacia la mano, poi risale coi baci lungo il braccio. Le mormora nell'orecchio qualche sconcezza. Lei ride senza imbarazzo. Bevono assieme dalla borraccia di pelle. L'uomo le sussurra altri lazzi, sempre più arditi. Ora lei si è alzata, gli tende la mano e, fissandolo con occhi da gatta in calore, lo invita dietro i cespugli.

Sospirato da solveetcoagula
Alle ore 18:41 del dì giovedì, 08 maggio 2008
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I.Bergman - Il settimo sigillo (8)

Ora i due hanno raggiunto alcune baracche di legno e paglia.  Il posto sembra disabitato.

Come sempre è lo scudiero Jöns che tiene i rapporti col mondo e che scende in avanscoperta. Una porta è aperta e Jöns non ha paura di entrare. Nella baracca le tracce di vita recente sono evidenti. Un filo di fumo si leva ancora dal focolare ed esce da un'apertura nel tetto. In un angolo una capra bruca la sua razione di fieno. Poi il piede dello scudiero urta qualcosa di morbido. Lo sguardo si abbassa di scatto e si posa senza sorpresa sul cadavere una donna. Ecco... un rumore... viene dal sottotetto... Jöns è rapido a nascondersi dietro la porta. Vede non visto scendere dalla scaletta un uomo con un sacco. L'uomo si avvicina al cadavere e ne sfila gli anelli e il bracciale. Escono con difficoltà da quelle mani deformate dall'artrosi e dal lavoro.

Nel frattempo un'altra donna, più giovane è entrata nella stanza e osserva quel furto che forse è anche l'epigono di un assassinio.

L'uomo ha un sussulto vedendosi scoperto.

- Perché ti meravigli tanto? Vado in giro a rubare sui cadaveri. E' molto conveniente coi tempi che corrono. Se per caso hai intenzione di andare al villaggio a spifferare tutto ti avverto che è inutile. La gente adesso non pensa che alla pelle. Il resto non la interessa.-

Le si avvicina pregustando il momento che potrà abusare di quel corpo giovane, ma sa che gli conviene andarsene in fretta.

- Tornerò a trovarti e allora forse staremo un po' più insieme. Ricordati quello che t'ho detto però.-

La giovane non ha la forza di muoversi o parlare, sopraffatta dal dolore per la perdita della madre.

- Ti ho riconosciuto, anche se è passato molto tempo.-

E' Jöns che parla. Uscito dal suo riparo ha sbarrato la strada al ladro sciacallo.

- Ti chiami Raval e frequentavi il collegio teologico di Roskilde. Sei un Doctor Mirabilis, Coelestis et Diabolicus. Non è così? Sei stato tu a convincere dieci anni fa il mio padrone che bisognava partecipare alla crociata in Terra Santa.-

Chiude la porta con un calcio.

- Che c'è, stai male? Ora capisco il senso di questi dieci anni che fino adesso consideravo sprecati! Stavamo troppo bene, eravamo troppo superbi e soddisfatti, e il Signore ha voluto punire la nostra alterigia. -

La rabbia a lungo repressa gli sta montando dentro come un torrente in piena. Sbatte il ladro contro la parete e lo afferra per la veste.

- E così ha inviato te, a infettare il mio padrone con il tuo veleno celestiale.-

- Ero in buona fede.-

- Ma ora ci hai ripensato, è vero? e sei diventato un ladro, eh! Un'occupazione molto più adatta e conveniente a questo mondo per i mascalzoni e i farabutti come te! -

Lo ha scaraventato a terra, ha estratto il pugnale e lo minaccia la gola. L'urlo della ragazza sembra un punto esclamativo fatto apposta per le parole di Jöns.

- Dico bene, figliolo?-

Jöns ha rinfoderato il pugnale. E' stato forgiato per ben altri avversari.

- Non temere, non voglio la tua pelle. Ricordati però che se t'incontro ancora ti marchierò come si marchiano i furfanti del tuo genere. Ero venuto qui solo per riempire la mia borraccia.-

Jöns ha lasciato la presa e fatto uscire l'uomo: la tempesta è passata. Ora si rinfresca il viso, come a lavar via anche le ultime tracce d'ira.

Parla alla ragazza.

- Mi chiamo Jöns, e sono un uomo piacevole e discorsivo, che non ha mai avuto se non pensieri gentili e non ha mai compiuto se non azioni nobili e generose.-

La stringe a sé e le impone un bacio appassionato. Lei si divincola ma riesce a liberarsi solo quando lui glielo consente.

- Addio, fanciulla... avrei potuto violentarti, ma è un genere d'amore che non mi va, troppo faticoso tutto sommato.-

Fa per andarsene, poi torna sui suoi passi.

-  Ah, a proposito, io avrei bisogno di una cuoca... E' vero che avevo una moglie ma ormai spero di esser diventato vedovo. Allora, vuoi rispondere sì o no? Visto che ti ho salvato da quel vigliacco potresti almeno mostrarmi un po' di gratitudine.-

Sospirato da solveetcoagula
Alle ore 05:53 del dì sabato, 03 maggio 2008
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I.Bergman - Il settimo sigillo (7)

I due viaggiatori si sono lasciati alle spalle il santuario e cavalcano appaiati.

Lo scudiero canta, quasi che il canto fosse una spada con cui aprirsi un varco nella solitudine della brughiera.

 

       Una canaglia il fato

       Tu vecchio un disgraziato

       Oggi t'insuperbisci

       Doman t'inchini e strisci.

 

- Ma devi proprio cantare?- lo rimprovera il cavaliere.

- Mi diverte.- ghigna l'altro.

Il cavaliere sbocconcella del cibo secco, strappandolo con morsi vigorosi e lo offre al compagno.

Sospirato da solveetcoagula
Alle ore 09:15 del dì mercoledì, 30 aprile 2008
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I.Bergman - Il settimo sigillo (6)

Nella cappella laterale lo scudiero ha preso in mano il pennello e si diverte a provarlo su una piccola tavola di legno. L'acquavite ha sciolto la tensione dei discorsi di poc'anzi.

- Io e il mio padrone siamo appena tornati da un lungo viaggio in terra straniera, hai capito, imbrattamuri?-

- Ah, la crociata, eh?-

- Proprio così. Per dieci anni siamo stati laggiù lasciando che le serpi ci mordessero, le mosche ci divorassero, le fiere ci dilaniassero, gli infedeli ci accoppassero, il vino ci avvelenasse, le donne ci infettassero, le piaghe ci dissanguassero e tutto perché? Hah... per la gloria del Signore...-

- Per la gloria del Signore.- fa eco il pittore ed entrambi si fanno il segno della croce.

- Sai, secondo me questa crociata l'ha inventata uno che poi se n'è rimasto pacifico a casa.-

Ridono all'unisono, una risata grassa e liberatoria. Hanno appena scoperto d'esser della stessa razza.

- Eh, così è la vita, imbrattamuri.-

- Hai ragione guerriero.- risponde il pittore, battendo sulla spalla dell'amico recente.

- Eh già...-

- A questo mondo, per quanto ti giri, la coda non riesci a tagliartela, resta sempre di dietro.-

- Giusto, è una gran verità... sì, una gran verità.-

Lo scudiero ha completato la sua opera, un autoritratto, e lo mostra soddisfatto.

- Io sono lo scudiero Jöns, che si beffa della Morte e del Signore, che ride di se stesso ma sorride alle ragazze. Ho un mondo che è soltanto mio, di cui tutti si burlano, io compreso. Un mondo senza senso e senza scopo. Ma quando come te si è indifferenti al Cielo e all'Inferno...-

E' entrato il cavaliere.

Il cavaliere gli ha strappato di mano il ritratto, lo spintona per fargli capire che è ora di andare. Lo scudiero risponde con una delle sue smorfie clownesche, mimando un drago che incenerisce l'avversario col suo fiato.

Poi fa un rassegnato gesto di commiato al pittore e segue il suo signore fuori dalla cappella.

Sul sagrato del santuario una giovane donna è legata a un palo, i piedi nei ceppi, circondata da guardie. Le vesti sono lacere e il viso e il corpo tutto sono ricoperti di ecchimosi e piaghe. Forse non soffre più. Di certo non ode il sommesso salmodiare del prete che le agita intorno  il turibolo e l'avvolge di un incenso nerastro e acre. Uno dei soldati ha in mano una grossa ciotola dalla quale attinge una poltiglia liquida e nauseabonda che sparge tutt'intorno.

- Cos'è quella roba puzzolente? A che serve?- chiede lo scudiero.

- Ha avuto rapporti carnali con il Diavolo.- risponde un soldato, indicando la prigioniera.

- Uhm... per questo che è alla berlina?-

- Domani all'alba sarà arsa nella foresta ma intanto noialtri dobbiamo difenderci da Satana.-

- E lo fate con quella fetida broda?-

- E' il rimedio migliore... sangue vile di un cane nero. Il Maligno non può sopportarne l'odore.-

- E neanch'io.-

Il cavaliere s'è inchinato accanto alla donna.

- Hai visto il Diavolo?- chiede.

La giovane ha subito troppe torture e non può rispondere. Accanto a lei il prete cerca ancora di salvarle l'anima nel suo dotto e incomprensibile latino. Le parole gli fluiscono dalle labbra e arrivano a zaffate con il nero incenso.

- Non bisogna parlarle.- ammonisce il religioso.

- E' così pericolosa?-

- Non lo so. Ma pensiamo che lei sia la causa della terribile pestilenza che ci sta decimando.-

La donna sembra aver ripreso conoscenza. I suoi lamenti di capretto arrivano al cielo.

Sospirato da solveetcoagula
Alle ore 20:08 del dì mercoledì, 23 aprile 2008
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I.Bergman - Il settimo sigillo (5)

Nel santuario il crociato è in ginocchio ai piedi del crocifisso, un grosso Cristo in legno il cui viso è la maschera del dolore. Ai lati, due feritoie lasciano entrare sottili lame luminose, il cui riflesso si diffonde per la navata.

I rintocchi della campanella cadono nel silenzio come lacrime in uno stagno morto.

Ora il crociato è in piedi. Lungo una parete laterale, al di là di una pesante grata di ferro, si intravede la figura incappucciata di un religioso. Il crociato lo ha scorto, gli si avvicina.

- Vorrei confessarmi ma non ne sono capace, perché il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e trovo soltanto disgusto e paura. Vi leggo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili. Vi scorgo immagini di incubo, nate dai miei sogni e dalle mie fantasie.-

- Non credi che sarebbe meglio morire?-

- E' vero.-

- Perché non smetti di lottare?-

- E' l'ignoto che mi atterrisce.-

- Il terrore è figlio del buio.-

- Che sia  impossibile sapere?-

L'ombra della grata che si staglia netta sul muro evoca l'immagine di una prigione. Il cavaliere è chiuso nella prigione. Dall'altra parte, il religioso. No, non è un religioso. Ora lo si vede in viso. Dall'altra parte della grata, fuori della prigione, c'è la Morte.

Gli occhi del crociato cercano quelli del Cristo in legno, immutabilmente fissi.

- Ma perché... perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde fra mille e mille promesse e preghiere sussurrate, incomprensibili miracoli. Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? Che cosa sarà di coloro i quali non sono capaci né vogliono avere fede? Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me, sia pure in modo vergognoso e umiliante, anche se io lo maledico, e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché nonostante tutto Egli continua ad essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi? Mi ascolti?-

- Certo.- risponde la Morte. Il cavaliere non l'ha ancora riconosciuta.

- Io vorrei sapere, senza fede, senza ipotesi, voglio la certezza. Voglio che Iddio mi tenda la mano e scopra il suo volto nascosto, e voglio che mi parli.-

- Il suo silenzio non ti parla?-

- Lo chiamo e lo invoco e se Egli non risponde io penso che non esiste.-

- Forse è così, forse non esiste.-

- Ma allora la vita non è che un vuoto senza fine. Nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno come cadendo nel nulla, senza speranza.-

- Molta gente non pensa né alla Morte né alla vanità delle cose.-

- Ma verrà il giorno in cui si troveranno all'estremo limite della vita.-

- Sì, sull'orlo dell'abisso.-

- Lo so. Lo so ciò che dovrebbero fare. Dovrebbero intagliare nella loro paura un'immagine alla quale dare poi il nome di Dio.-

- Sei molto agitato.-

- Stamane è venuta da me la Morte. Abbiamo iniziato una partita a scacchi. Col tempo che guadagnerò sistemerò una faccenda che mi sta a cuore.-

- E di che si tratta?-

- Ho passato la vita a far la guerra, a andare a caccia, ad agitarmi, a parlare senza senno, senza ragione... un vuoto. E lo dico senza amarezza e senza vergognarmene. Perché lo so che la vita della maggior parte della gente è tale. Ma ora voglio utilizzare il respiro che mi sarà concesso per un'azione utile.-

- Per questo hai sfidato a scacchi la morte?-

- Sì. Conosce il gioco molto bene, ma fino a questo momento io non ho perso una pedina.-

- E credi davvero che alla fine riuscirai a batterla?-

- Adopero una tattica che evidentemente essa ignora. Al nostro prossimo incontro porterò un attacco sul fianco.-

- Lo terrò presente.-

La Morte lascia che il cavaliere la veda in viso e la riconosca. La mano del crociato stringe con rabbia il ferro della grata.

- Ti stai beffando di me... ma non mi fai paura! Ne sono certo, troverò il modo di batterti.-

- Ci rivedremo alla locanda e lì continueremo la partita.-

La Morte se ne è andata. Il cavaliere ha fiducia nella propria forza.

- Questa è la mia mano. Posso muoverla e in essa pulsa il mio sangue. Il sole compie ancora il suo alto arco nel cielo e io... io, Antonius Block, gioco a scacchi con la Morte.-

Sospirato da solveetcoagula
Alle ore 07:13 del dì martedì, 22 aprile 2008
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I.Bergman - Il settimo sigillo (4)

Il cavaliere e lo scudiero giungono a un piccolo santuario sul limitare di una boscaglia. Una campanella rintocca lamentosa spandendo intorno echi di rassegnata sofferenza.

Lo scudiero è entrato in una cappella laterale. Nella luce incerta e tremula delle candele, un uomo sta affrescando le pareti e la volta.

- Che cosa dipingi?-

- La danza della Morte.-

- E quella è la Morte?-

- Sì, che prima o dopo danza con tutti.-

- Che argomento triste hai scelto.-

- Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire.-

- Non servirà a rallegrarla.-

- E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.-

- Bah... invece di guardare chiuderanno gli occhi.-

- E io ti dico che li apriranno. Un teschio spesso interessa molto di più di una donna nuda.-

- Se li spaventi però...-

- ...li fai pensare.-

- E se pensano...-

- ... si spaventano ancora di più.-

- E corrono a buttarsi in braccio ai preti.-

- Oh, questo non mi riguarda.-

Nella luce ballerina delle candele le figure sulle pareti si animano e sembrano vive. Lo scudiero guarda incantato gli affreschi. Il pittore ha attinto a piene mani all'immaginario dei suoi contemporanei e ora lo ripropone nello splendore dei carmini e dei turchesi, tutta la gamma delle terre e delle ocre, nonché i neri assoluti.

- Tu non pensi che al tuo lavoro, eh?- riprende lo scudiero ammirato.

- Faccio vedere come stanno le cose, e poi che ognuno decida.-

- Molti però ti copriranno di maledizioni.-

- Sicuro, e se saranno in troppi io passerò a un argomento divertente.  Devo pur vivere... fino a che non mi uccide la Peste...-

- La Peste... non è piacevole, eh?-

- Ecco, guarda lì... il collo si gonfia che sembra scoppiare, il corpo si contrae, le gambe e le braccia dallo spasimo si torcono come corde sulla fiamma.-

- Eh... brutt'affare...-

- Puoi dirlo. Il male ti dilania e tu ti mordi le mani e ti laceri le vene con le unghie. E urli e urli sino a che ti rimane un po' di fiato in gola. Ma nessuno più ti aiuta. T'ha messo paura?-

- Paura a me? Vuol dire che non mi conosci.  E là in alto cos'hai dipinto?-

S'avvicinano a un recesso nel muro dove figure umane si lacerano le carni e si straziano a vicenda in un cerchio allucinato. Il realismo della scena è tale che se ne odono i lamenti.

- Molti ormai sono convinti che la pestilenza è una punizione del Cielo. E così turbe di peccatori terrorizzati si trascinano digiuni per le strade flagellando se stessi e gli altri per la gloria del Signore.-

- E si flagellano veramente?-

- Certo. Ed è uno spettacolo orribile. Uno spettacolo che ti fa venir voglia di nascondere il volto in terra per evitare di vederlo.-

- Non hai dell'acquavite? - la voce dello scudiero tradisce una vena di apprensione, o forse solo vago disagio - ho bevuto acqua tutto il giorno e penso che qualcosa di più robusto mi farebbe bene.-

- Lo vedi che t'ho messo paura?-

Sospirato da solveetcoagula
Alle ore 12:55 del dì sabato, 19 aprile 2008
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I.Bergman - Il settimo sigillo (3)

Poco lontano dalla strada è accampata una piccola compagnia di saltimbanchi. Il loro unico carro sgangherato è fermo sotto a un albero, e il cavallo pascola lì vicino trattenuto da una longhina. I due uomini e la donna, sul carro, dormono ancora.

Uno dei due uomini si sveglia. Colpa di una mosca che gli ronzava intorno, sfacciata e insistente come le mosche sanno esserlo. Peggio per lei, perché l'uomo l'ha schiacciata. Ora sbadiglia. Poi striscia carponi fuori dal carro, piano piano, per non svegliare nessuno.

E' un mimo, un attore, uno che vive sul palcoscenico, non c'è dubbio. Nessuno lo guarda, nessuno lo vede e nondimeno lui carica i gesti e le espressioni come se dovesse farsi capire dal più sprovveduto degli spettatori. E' un vizio che ha preso durante gli spettacoli, un vizio che poi gli si è appiccicato addosso anche nella vita.

Fra una capriola e una piroetta ha raggiunto la ghirba che penzola dall'albero. Si esibisce in un gargarismo e uno sputo,  e, da ultimo, in una carezza affettuosa al cavallo.

- Buon giorno bello. Tu l'hai già fatta la colazione, eh? Il guaio è che io non riesco a mangiare l'erba. Perché non me lo insegni? Sarebbe molto comodo di questi tempi, visto che la gente qui non ama troppo l'arte.-

Fa saltare goffamente due palle di stoffa colorata. Gli servirebbero ancora molte ore di duro esercizio. Ma forse no, quel che poteva imparare l'ha già imparato.

Ecco. Sta succedendo qualcosa.

L'attore lentamente si gira, l'espressione dell'estasi dipinta sul viso.

Ode una musica celestiale che gli altri non odono.

Vede quel che gli altri non vedono.

La Vergine col Bambino sta attraversando la radura.

Si frega gli occhi, incredulo. La visione è scomparsa. Corre nel carro, con l'animo traboccante di gioia.

- Mia, svegliati, svegliati presto! Devo dirti quello che ho visto! Svegliati!-

- Che c'è? Cos'è accaduto?-

- Sta a sentire. Ho avuto una visione! E poi non era una visione, era proprio come una cosa vera, te l'assicuro.-

- Ti prego, non ricominciare...-

- Comunque io l'ho vista.-

- Chi? Chi hai visto?-

- La Santa Vergine Maria.-

- Dici davvero?-

- Era così vicina che avrei potuto toccarla. Aveva sul capo una corona d'oro e una veste azzurra trapunta di fiori. Sai, camminava sull'erba a piedi nudi e con le sue piccole mani bianche sorreggeva dolcemente il Bambino a cui insegnava a camminare. Si accorse che l'avevo vista... e allora mi sorrise. Le lacrime mi annebbiarono gli occhi e quando ci rividi chiaramente era scomparsa. E un grande silenzio era tutt'intorno, immenso, su nel cielo e in terra. Un grande silenzio.-

Mia lo accarezza come si accarezza un bambino col quale si debba avere molta pazienza.

- Ma guarda le cose che sai inventare...-

- Lo sapevo che non mi avresti creduto. Eppure è la verità che ti ho detto. Ma non la verità che dico tutti i giorni, un'altra verità, capisci, più vera...-

- La stessa di quando mi raccontasti che il Diavolo, usando la coda come pennello aveva dipinto di rosso le ruote del nostro carro...-

- Oh, tu non fai che tirare fuori questa storia...-

- ... e poi scoprimmo che t'era rimasto del colore sotto le unghie?-

- Beh, è stata l'unica volta che ho inventato qualcosa. Lo feci perché speravo che avreste creduto anche a tutto il resto, alle cose vere che sognavo.-

- Tu devi andarci cauto con queste storie o la gente finirà per dire che sei pazzo, e non è vero. Almeno per il momento. Anche se in queste cose non si può mai essere sicuri.-

- Ma insomma, cosa ci posso fare?  Non è colpa mia se delle voci mi parlano, se mi appare la Santa Vergine, e se gli angeli e i diavoli ci tengono tanto alla mia compagnia.-

L'altro uomo si tira su infastidito.

- Oooh... mio dio... si può sapere quante volte devo dirvelo che alla mattina voglio dormire in santa pace! Vi ho pregato, vi ho scongiurato in ginocchio ma niente da fare. Uff..-

Si ode il pianto di un bimbo. Già, nel carro c'è anche un bimbo e le lamentele del secondo uomo ora l'hanno svegliato.

Mia lo prende dalla sua culla improvvisata, una specie di piccola amaca che penzola nel carro, e lo porta fuori sull'erba, accanto al padre. L'attore gioca col figlioletto per rimetterlo di buon umore, goffo come lo sono gli uomini coi figli troppo piccoli.

- Mikael, Mikael... du-du-dudu-dudu-duuuuh...-

- Voglio che Mikael abbia una vita migliore della nostra.- dice la mamma e pensa che nessuno al mondo potrà opporsi alla sua decisione.

- Mikael diventerà un grande acrobata.- rincalza il padre - oppure un giocoliere famoso per un suo straordinario incredibile esercizio.-

- E cioè quale esercizio?-

- Quello di far restare ferma nell'aria una clava.-

- Ma è impossibile.-

- Sì, per noi è impossibile. Ma non lo sarà per lui.-

L'attore è seduto ai piedi del vecchio albero e guarda il cielo.

- Ah... è tiepida l'aria stamattina.- sospira la giovane moglie e si stringe a lui , gli occhi chiusi, l'animo colmo di fiducia per il suo uomo. Assapora questo momento di gioia, voluttuosamente. Si rende conto che è felice.

- Ho fatto una canzone.- la informa con entusiasmo il marito - L'ho composta stanotte, proprio quando la luna stava tramontando. Vuoi che te la canti?-

-  Certamente, sono molto ansiosa di sentirla.-

L'uomo comincia a cantare. E' difficile stabilire se sia meglio come cantante o come giocoliere.

 

       C'è un usignolo sul ramo di acacia

       che canta all'estate.

       C'è un usignolo su un raggio di luna

       che canta al mio unico amore.-

 

- Mia!... stai dormendo?-

- E' una canzone molto bella.-

- Ma non è mica finita.-

- Sì ho capito, ma vorrei dormire ancora un po'... il resto me lo canti dopo.-

- Dormire... non fai che dormire.-

Dal carro esce l'altro uomo. Ha il viso coperto da una maschera che ricorda un teschio.

- Ti pare una maschera per un attore questa?... domando io... Non fosse che i preti pagano bene ci rinuncerei proprio.-

Nella maschera la voce rimbomba suggestivamente.

- Farai tu la Morte?- chiede il primo attore.

- E pensare che la gente trema di paura quando ci vede con queste stupide cose addosso.-

- Quando reciteremo di nuovo?-

- Alla sagra di Tutti i Santi a Elsinore. Reciteremo sulla scalinata della chiesa, un posto magnifico.-

L'attore con la maschera se l'è tolta e la sua voce risuona ora semplicemente umana, senza il rinforzo della cartapesta.

- Ma non sarebbe meglio recitare qualcosa di più allegro? La gente si diverte di più e ci divertiamo anche noi.- ribatte con semplicità il primo attore.

- Quanto sei stupido. Non lo sai che è scoppiata un'orrenda pestilenza e che i preti s'avvantaggiano delle morti improvvise e dei pentimenti dell'ultim'ora?-

- E io allora che parte farò?-

- Tu sei un gran babbeo e quindi farai la parte dell'Anima.-

- Una parte di cattivo, immagino...-

- E con questo che vuoi dire, chi è il capocomico? domando io...-

Il capocomico si rimette la maschera e con voce impostata prova qualche battuta.

- Rammenta o sciagurato l'eterna Legge. La Vita non è che un dono futile e passeggero che io posso toglierti quando voglio.-

Si leva la maschera, con gesto rapido. Un pensiero improvviso l'ha folgorato, impedendogli di continuare.

- Ma come posso piacere alle donne in questo stato? domando io...-

Piuttosto contrariato, appende la maschera a un chiodo e rientra nel carro.

Mia e il marito restano fuori, lui riprende ad esercitarsi con le palle di stoffa.

- Jof ...-

- Sì... che c'è?-

- Non girarti, non dire niente...-

- Sono muto come una tomba.-

- Ti amo tanto.-

Sospirato da solveetcoagula
Alle ore 04:50 del dì martedì, 15 aprile 2008
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In: letteratura, alchimia spirituale, ibergman, filosofia ermetica


I.Bergman - Il settimo sigillo (2)

Il cavaliere ha ormai raccattato le sue cose e si avvicina al cavallo per sistemare le bisacce.

Sveglia con un calcio lo scudiero, che gli risponde con una smorfia da clown. Non c'è disprezzo o cattiveria in quel calcio, non c'è disprezzo o cattiveria in quella smorfia. Sembra piuttosto il collaudato rituale fra due uomini affratellati da mesi di dure sofferenze della carne e dello spirito.

Lo scudiero si tira su e rinfodera il pugnale.

La notte è passata e nessuno ha approfittato del buio contro di loro.

Il cavaliere monta a cavallo, e lentamente s'avvia.

Lo scudiero arranca dietro di lui a piedi conducendo il proprio animale per la capezza.